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Le Strade della Libertà

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La Strada dell'Antifascismo

Cooperative, case del popolo, leghe dei lavoratori rappresentano l’esito tangibile della prassi del riformismo socialista che ha in Camillo Prampolini il suo maggior esponente. E’ su questo patrimonio – ideale e materiale – che si abbatterà la violenza del nascente partito fascista.

La Strada della Resistenza [A]

La fucilazione di Don Pasquino Borghi con altri 8 antifascisti è uno degli eventi più drammatici della Lotta di Liberazione reggiana. Accomuna nella morte il sacerdote partigiano, l’anarchico, i comunisti e gli antifascisti vicini al socialismo di prampolini: tutte le anime avverse al nazifascismo.

La Strada della Resistenza [B]

Nel territorio reggiano ed in tutta la bassa padana, le cosiddette “case di latitanza” furono le vere basi operative del movimento partigiano. In una zona priva di rifugi naturali, le case coloniche e l’adesione di molte famiglie contadine alla causa dei combattenti, svolsero un ruolo strategico per gli esiti della Lotta di Liberazione.

La Strada degli Ebrei

La presenza ebraica nel territorio reggiano risale alla metà del XV secolo. Una storia lunga cinque secoli che viene bruscamente interrotta nel 1938 con i primi “Provvedimenti per la difesa della razza” a cui seguiranno centinaia di disposizioni normative tese a privare gli ebrei dei loro diritti ed espellerli dallo Stato italiano fascista.

La Maratona dei Cippi

Percorso che tocca tutti i monumenti del territorio correggese. Patrimonio e valorizzazione dei beni connessi alla storia dell’antifascismo e della Resistenza.

Introduzione alla Strada dell'Antifascismo


Nonostante la vittoria militare del 1918, all’indomani della Grande Guerra la situazione politica ed economica italiana era tutt’altro che rosea. Per la prima volta dall’unità del paese dei partiti politici si affrontavano con le armi in pugno anzichè in Parlamento.
In tutta Italia le amministrazioni locali socialiste subirono la violenza dei fascisti che uccisero centinaia di militanti avversari, anche non socialisti, e imposero i loro uomini con elezioni farsa.
Nella provincia di Reggio Emilia si cominciò con l’eccidio di Correggio, durante il capodanno del 1920, con la morte di due militanti del partito socialista: Mario Gasparini e Agostino Zaccarelli. Poi, uno dopo l’altro, ogni singolo comune dovette subire la violenza squadrista. Per contrastare le camicie nere sorsero gli Arditi del Popolo, di ispirazione comunista che tentarono senza successo di rispondere alle intimidazioni.
Un altro bersaglio prioritario per le aggressioni fasciste erano le cooperative, giudicate il simbolo stesso del socialismo e che vennero incendiate, chiuse e poi riaperto sotto il controllo del Pnf. Stessa sorte subirono il giornale “La Giustizia” e la Camera del Lavoro, con le loro sedi in via Gazzata e via Farini che furono saccheggiate e distrutte. “Il Solco Fascista” divenne l’unico quotidiano della provincia e i nuovi sindacati erano un’emanazione diretta del regime.
Il caso più noto di omicidio politico è quello di Antonio Piccinini, candidato per il partito socialista alle elezioni del 1924 e trucidato dagli squadristi. Di lui parlò anche Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso alla Camera dei Deputati prima di essere a sua volta rapito e assassinato.
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Teatro artigiano e cooperativa di Massenzatico oggi

Tappa n.1 - Casa Prampolini


Via Porta Brennone, 27, Reggio Emilia

Camillo Prampolini (Reggio Emilia, 1859 – Milano, 1930) fu il principale leader del socialismo reggiano tra Otto e Novecento.
Partecipò alla redazione di diversi periodici popolari e nel 1886 fondò il settimanale “La Giustizia”.
Fu amministratore locale e deputato quasi ininterrottamente dal 1890 al 1924.
Partecipò alla fondazione del partito dei lavoratori italiani nel 1892, dirigendo per breve tempo il suo periodico “Lotta di classe”.
Fu tra i principali dirigenti nazionali del Psi fino al 1922, si distinse nell'ostruzionismo contro le leggi Pelloux nel 1899, nella lotta contro la guerra di Libia e la prima guerra mondiale, nella difesa della legalità e della democrazia contro il fascismo.
Dal 1901 si stabilì in via Porta Brennone, 27, qui lui e Giovanni Zibordi trovarono rifugio da una aggressione fascista il 14 marzo 1921. Come rappresaglia per un azione della Resistenza quattro patrioti vennero fucilati davanti alla casa il 3 febbraio 1945.
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Casa di Camillo Prampolini (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.2 - Sede de "La Giustizia"


Via Gazzata, 3, Reggio Emilia

Fondata da Prampolini il 29 Gennaio 1886, il settimanale si proponeva, come recitava il sottotitolo, "la difesa degli sfruttati". Nel 1895 diviene organo della federazione emiliana del PSI.
Dopo aver cambiato più sedi nel 1900 si stabilisce in Via Gazzetta nei locali dell'ex orfanotrofio maschile. Dal 1904 la redazione diede vita ad un'edizione quotidiana.
"La Giustizia" fu uno dei più importanti, diffusi e longevi periodici socialisti italiani. Il giornale, nonostante i numerosi sequestri e la pesante censura, uscì ininterrottamente fino al 1926 quando il regime approvò la legge che di fatto impediva la pubblicazione della stampa antifascista. L'8 aprile 1921 la sede venne distrutta dai fascisti, contestualmente agli attacchi alla Camera del Lavoro e al Club socialista.
"La Giustizia" riapre più volte senza successo fino al 1927. Il settimanale rinacque nel 1947 come organo del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
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Devastazione alla redazione de 'La Giustizia'

Tappa n.3 - Camera del lavoro di Reggio Emilia


Via Farini, 1, Reggio Emilia

Anche a Reggio Emilia il movimento dei lavoratori trovò larghe adesioni nelle campagne mezzadrili e tra i lavoratori delle officine meccaniche.
Al congresso istitutivo del 1901 aderirono 77 tra cooperative e società, col tempo divennero diverse centinaia.
Fu protagonista degli scioperi di inizio secolo, delle manifestazioni contro la guerra, dei moti del "biennio rosso", fu attaccata più volte dai fascisti perchè simbolo della “Reggio rossa”.
Rinacque nel dopoguerra per opera del CLN. Nel 1948 gli iscritti divennero 102mila.
Va ricordato il suo ruolo centrale in frangenti decisivi della storia della città nel dopoguerra, come la seconda occupazione delle Reggiane (1949-1951), il luglio 1960, il Sessantotto.
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Palazzo Ancini, prima sede della Camera del Lavoro (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.4 - Casa Piccinini


Incrocio via Antonio Piccinini/viale Trento e Trieste, Reggio Emilia

Antonio Piccinini figlio di una famiglia proletaria, migrò a Genova dove apprese l'arte tipografica e rientrato a Reggio si associò nel 1914 alla Cooperativa tipografi (che tra l'altro stampava "La Giustizia"). Si iscrisse al partito socialista e come esponente del gruppo giovanile, si distinse per le posizioni pacifiste.
Sostenitore della corrente massimalista a Reggio e Benevento. Fu bandito dal fascismo nel 1922, rientrò nel 1923 come segretario del PSI.
Si candidò alle elezioni del 1924. Fu rapito e ucciso da sicari fascisti il 28 Gennaio, il suo nome rimase in lista e fu eletto post mortem. Al posto suo subentrò Giovanni Bacci.
Fu ricordato da Matteotti nello storico discorso del 30 Maggio.
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Casa Piccinini (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.5 - Casa del popolo di Massenzatico


Via Ludwig Van Beethoven, 94, Massenzatico

Erano sedi amministrative delle organizzazioni operaie, ma anche luoghi di aggregazione, ricreazione e formazione popolare. Simbolicamente segnavano l'unità la stabilità e la visibilità del movimento, rappresentando il nucleo della futura società organicamente socialista.
La casa del popolo di Massenzatico, la prima in Italia, venne inaugurata il 9 settembre 1893 come nuova sede, aperta al pubblico, della cooperativa di consumo "L'Artigiana", sorta nel 1886 e presieduta dal pittore Cirillo Manicardi.
La casa del popolo, insieme al Teatro Artigiano, divenne il fulcro della comunità locale. Nel 1908 il comune socialista edifica anche la scuola comunale, nel 1925 sorse la farmacia e nel 1937 la Cantina Sociale "La Grande".
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Cooperativa di Massenzatico

Tappa n.6 - Casa Gildaldo Bassi e redazione de "La Fiaccola"


Piazza Garibaldi, 5, Correggio

Gildaldo Bassi, il fotografo del socialismo. Un titolo meritato per la sua pionieristica attività di militante nel partito di Prampolini.
E’ cresciuto all’ombra delle idee progressiste del padre, ha simpatizzato per il movimento anarchico per poi abbracciare definitivamente la causa socialista.
Nel 1872 conosce Andrea Costa, nel 1873 subisce due arresti ed emigra in America del Sud. Ritorna 4 anni dopo e parallelamente al lavoro di fotografo coordina le azioni socialiste. Tra il 1890 promuove adunanze e la diffusione della lettura.
Nel 1892 collabora con “La Fiaccola”, un quindicinale di cui sarà anche direttore.
Nel 1898 viene arrestato a Milano e incarcerato a Savona. L'esperienza del carcere lo scuote fortemente e cede i due studi fotografici.
Continua però a documentare gli eventi del partito Socialista finchè non emigra per sottrarsi alle violenze fasciste. Ritornerà a Correggio dove morì il 19 Marzo 1932 di malattia.
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Piazza Garibaldi alla fine dell'Ottocento. A sinistra l'Albergo Posta, piu avanti in angolo, la casa che sarà di Bassi

Tappa n.7 - Ex Cooperativa di Consumo della Casa del popolo di Correggio


Corso Mazzini, 42/d, Correggio

Palazzo Contarelli dal 1906 fu sede della Casa del Popolo di Correggio, ispirata alle prime sorte già alla fine dell’Ottocento, era un centro di alfabetizzazione culturale e politica, un luogo di ritrovo e di svago, sede del partito e della federazione giovanile, il punto di riferimento per le leghe dei lavoratori. Qui ebbe sede anche la prima Cooperativa di Consumo del centro cittadino. Tutte queste organizzazioni trovavano sede in un unico edificio che assumeva appunto il ruolo di Casa del Popolo. La fine dell’esperienza della Casa del Popolo di Correggio ha una data precisa. Il 31 dicembre 1920 una squadra di camice nere assalta l’edificio e uccide due esponenti del partito socialista. Sono le prime vittime del nascente partito fascista in provincia di Reggio Emilia. La Casa del Popolo viene requisita e trasformata in Casa del Fascio. Durante la festa dell'ultimo dell'anno del 1920 i Fascisti uccidono Agostino Zaccarelli e Mario Gasparini.
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L'ex Cooperativa di Consumo della Casa del Popolo di Correggio in una foto dei primi anni del Novecento

Tappa n.8 - Cooperativa di Consumo di Canolo


Via Canolo, 34, Correggio

Domenica 4 agosto 1889 Camillo Prampolini arriva a Canolo per tenere una conferenza. Il pubblico è numeroso, ma Prampolini appena salito sul palco non riesce a proferire parola a causa di alcuni ragazzi lo minacciano, e alla fine del comizio gli lanciano pietre. “La Giustizia” imputò “al prete e all’ignoranza” il ruolo di “tristi consiglieri dei poveri villani”. Dopo 10 anni Canolo divenne una roccaforte del socialismo. Nascono la Lega dei lavoratori della terra e una sezione della Cooperativa Provinciale Contadini che organizza mezzadri, affittuari e piccoli proprietari. L’intraprendenza delle organizzazioni socialiste dà vita alla Cooperativa di Consumo che vede la luce nel 1904. Nel 1915 la cooperativa di consumo chiede alla giunta comunale che nella frazione sia costruita una scuola per l’istruzione elementare.
Dal 1920 i malcontenti dei contadini spingono al successo i fascisti che tra il 1921 e il 1922 organizzarono raid e azioni squadriste fino a che nel 1925 ottengono la gestione della cooperativa di consumo.
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L'edificio dell'ex Cooperativa di Canolo, oggi in completo stato di abbandono (Enrica Cattini, 2014)

Introduzione alla Strada della Resistenza [A]


La fucilazione di Don Pasquino Borghi con altri 8 antifascisti è uno degli eventi più drammatici della Lotta di Liberazione reggiana.
In primo luogo per la sua carica simbolica, perchè accomuna nella morte il sacerdote partigiano, l’anarchico, i comunisti e gli antifascisti vicini al socialismo prampoliniano, ovvero tutte le “anime” dell’opposizione al nazifascismo.
Ma la morte di don Pasquino – primo sacerdote fucilato in Italia - segna profondamente i rapporti tra cattolici e Fascismo, rivelando l’esistenza di una Chiesa “resistente”, capace di coniugare messaggio evangelico e impegno in prima linea.
Attraverso le storie dei protagonisti, raccontiamo il periodo compreso tra il 25 luglio (caduta del fascismo/eccidio delle “Reggiane”) e l’8 settembre, ma soprattutto le diverse idealità ed il comune sentimento antifascista che condusse questi uomini di fronte al plotone di esecuzione.
Il percorso si snoda tra Reggio Emilia e Correggio con tappa finale al Poligono di Tiro di Reggio Emilia (luogo della fucilazione).
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Salone adunanze della Casa del Fascio

Tappa n.1 - Officine Reggiane


Via Vasco Agosti, 29, Reggio Emilia

Dopo la prima guerra mondiale le “Reggiane” furono riconvertite ad uso civile. Le violenze dovute ai movimenti politici del 1920 diedero vita alla divisione delle “Guardie Rosse”, guardie armate che proteggevano le officine e i lavoratori. Nonostante il regime controllasse le Reggiane rimase sempre attiva una piccola cellula antifascista che sabotava le catene di montaggio degli aerei e distribuiva stampa antifascista. Nel 1943 la polizia e i carabinieri identificarono decine di antifascisti.
Il 28 luglio una manifestazione pacifica venne interrotta da un reparto di bersaglieri i quali aprirono il fuoco sul corteo uccidendo 9 operai e ferendone alcune decine.
Dall'8 Settembre 1943 gli operai furono obbligati a lavorare per i tedeschi. Durante questo periodo le “Reggiane” furono l'obiettivo dei bombardamenti angloamericani. Molti operai vennero trasferiti o deportati in Germania, altri si unirono alla Resistenza.
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Cancello principale delle Reggiane, oggi (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.2 - Parrocchia di San Pellegrino


Via Alessandro Tassoni, 2, Reggio Emilia

Avrebbe dovuto ospitare la prima riunione del Comitato di liberazione nazionale provinciale (primi giorni successivi all'8 settembre 1943), ma ospitò solo incontri informali.
La prima riunione fra i rappresentati dei partiti che fondarono il CLNP fu tenuta il 28 settembre nella canonica di San Francesco, una parrocchia del centro città sita in Piazza San Francesco, ospite del parroco don Lorenzo Spadoni. Vi parteciparono Cesare Campioli, per il partito comunista, Vittorio Pellizzi per il partito d'azione, Alberto Simonini e Giacomo Lari per il partito socialista in assenza dell'ing. Camillo Ferrari, il dott. Pasquale Marconi per la democrazia cristiana e don Prospero Simonelli.
In seguito all'appoggio offerto al movimento partigiano, infatti la parrocchia fu molto attiva, don Cocconcelli fu condannato a morte in contumacia (condanna non eseguita).
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San Pellegrino, oggi (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.3 - Casa del fascio


Via Antonioli, 1, Correggio

Il 26 Luglio un centinaio di correggesi si radunano davanti alla casa del fascio per festeggiare la svolta politica e la presunta fine della Guerra.
Solo nel pomeriggio la folla inizia a distruggere i simboli fascisti all'esterno della Casa, e successivamente riesce anche ad entrare e distruggere tutte le effigi fasciste compreso il busto di Mussolini. Molti dei sovversivi vennero riconosciuti ed incarcerati, altri riuscirono a scappare mentre quattro di loro vennero fucilati. Tra questi ricordiamo Destino Giovanetti, Dario Gaiti, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Ottavio Morgotti (futuro animatore dei GAP), Giovanni Pisa, Serafino Fantuzzi.
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Palazzo Contarelli, ex Casa del Fascio, visto da Corso Mazzini

Tappa n.4 - Caserma della GNR


Corso Cavour, 12, Correggio

La sera del 28 Gennaio 1944 due gappisti uccidono Angelo Ferretti il caposquadra del presidio della GNR di Rio Saliceto. Entro la Mezzanotte termina una riunione alla quale partecipano gli esponenti dei vertici fascisti di Reggio compreso Quirino Codeluppi. SI scatena la caccia all'uomo che porta all'arresto di Dario Gaiti, Destino Giovanetti, Umberto Dodi e Romeo Benassi. Vengono portati al Carcere dei Servi, poi vengono fucilati la mattina successiva insieme ad altri tre antifascisti al Poligono di Tiro di Reggio Emilia insieme ad altri tre nonostante avessero tutti un alibi valido per l'assassinio di Ferretti. Le famiglie verranno a conoscenza dell'esecuzione tramite il giornale.
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La ex caserma dei Carabinieri e della GNR

Tappa n.5 - Canonica di Canolo / Don Pasquino Borghi


Via Vecchia Canolo, 1, Correggio

Don Pasquino Borghi arriva a Canolo il 6 gennaio 1940, quando ha trentasei anni. Prima di allora fu un missionario in Africa per 7 anni, dovette rientrare in Italia a causa di un attacco di malaria.
A Canolo, Chiesa e Casa del Popolo, oratorio e cooperativa sono i punti cardinali che da quasi mezzo secolo orientano le coscienze ed organizzano la vita quotidiana. Una situazione resa difficile dal fascismo che ha già colpito con violenza negli anni precedenti.
Don Pasquino apre la chiesa a tutti, sopratutto giovani che la sera si riunivano clandestinamente per divertirsi e svagarsi nella canonica. Un uomo molto umile e disposto ad aiutare nei lavori di campagna. Sin dal 1941 è nel mirino delle truppe fasciste a causa delle idee espresse sui capi dell'Asse. Viene condannato a morte dopo che vengono scoperti dei partigiani, due inglesi e un russo nella sua Canonica. Viene fucilato assieme ad altri antifascisti il 30 Gennaio 1944.
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Chiesa di Canolo

Tappa n.6 - Carcere dei Servi


Via Servi, Reggio Emilia

Il nome, di vicolo dei Servi, deriva dal convento dei Serviti (o servi di Maria) che occupava il lato nord della via. A partire dal XVI secolo, il convento subì continui interventi di ristrutturazione.
Nel 1797 viene adibito a caserma e magazzini; nel 1820 è ridotto e affidato per una parte ai Padri minori osservanti, restando l'altra ad uso di accasermamento e poi anche di scuola elementare con annessa palestra.
Durante la guerra viene adibito a sede della GNR, qui sono anche stati incarcerati torturati ed interrogati i partigiani.
Il 25 Giugno del 1945 una commissione verifica il cattivo stato dell'immobile, nonostante ciò venne usato come sede di una cooperativa ortofrutticola , come magazzino, abitazione e casa famiglia. Il 15 Luglio 1946 venne imposto lo sgombero dei locali.
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Targa commemorativa vicino all'ex carcere dei Servi (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.7 - Poligono di tiro


Via Avvenire Paterlini, 17, Reggio Emilia

La struttura venne inaugurata nel 1891 per la Società di Tiro a Segno locale. Soltanto nel 1939 per decreto del governo fu requisita dal ministero della Difesa per l'addestramento truppe e per funzioni militari in vista della guerra . Nel dopoguerra, per molti anni non sarà più utilizzata dallo Stato.
Qui vennero fucilati i resistenti e gli oppositori del regime, ricordiamo l'eccidio dei Fratelli Cervi il 28 Dicembre 1943. Il 30 gennaio 1944 vennero invece giustiziati Don Pasquino Borghi, Destino Giovannetti, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Ferruccio Battini, Enrico Menozzi, Contardo Trèntini, Enrico Zambonini per rappresaglia contro l'uccisione del caposquadra della GNR, Angelo Ferretti, avvenuta il 28 gennaio a Crocetta di Correggio.
Al termine dell'occupazione la CAS decise la sentenza di morte per 6 fascisti.
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Facciata dell'edificio davanti al poligono di tiro (foto Stefano Mattioli, 2014)

Introduzione alla Strada della Resistenza [B]


Senza l'appoggio delle famiglie contadine la Resistenza non sarebbe stata possibile: una banda di partigiani che pratica la guerriglia non dispone della logistica di un esercito. Il partigiano si porta dietro solo l’arma e i vestiti che indossa. Gli esperti di strategia militare valutano che sia necessario il supporto di almeno quattro o cinque civili per mantenere operativo questo tipo di combattente. Occorre rifornirlo di cibo, indumenti, documenti falsi e armi; portargli informazioni, mantenere collegamenti e garantire luoghi sicuri per le riunioni operative; nascondere lui e il materiale che non può portare con sé; curarlo in caso di malattia o ferimento. Questo lavoro è stato svolto da tante persone diverse (donne, bambini, sacerdoti, medici, personale delle amministrazioni) ma nel correggese ed in tutta la bassa emiliana, le case contadine sono state le vere basi operative del movimento di Liberazione.
La presenza delle cosiddette “case di latitanza” è il vero elemento distintivo della Resistenza condotta in pianura. Situate a distanza dai presidi fascisti, isolate e meno controllabili dal nemico, le case dei contadini risultarono le più adatte allo scopo. Queste famiglie prestarono una preziosa opera di fiancheggiamento, spesso indotte dal fatto di avere al loro interno componenti direttamente coinvolti nella Resistenza. Il rapporto tra partigiani e mondo contadino assicurò alle bande i mezzi indispensabili per il sostentamento, penetrabilità nel campo nemico e spazi per la propria azione. Fu un’opera di sostegno materiale e morale imponente, spesso condotta a rischio della morte o della deportazione dell’intera famiglia.
Questo percorso vi conduce alla scoperta delle storie di cui case di latitanza furono teatro, delle vicende di uomini e donne che hanno combattuto senza armi.
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Pietra Saltini (ultima a sinistra) riceve la Medaglia d'Oro del padre Vittorio, 7 gennaio 1947

Tappa n.1 - Tipografia "Borciani"


Via Centododici, 1, Correggio

Roberto Borciani è cresciuto a Rio Saliceto. Compra un terreno a Mandrio di Correggio e mette su famiglia, dopo le prime violenze fasciste si avvicina al PCI. Durante la guerra offre riparo ai disertori del fronte africano e quando, nel 1943, arriva la macchina da stampa inizia a stampare le copie de “L'Unità”. Alla fine del 1943 un resistente Russo viene arrestato e cede agli interrogatori, fortunatamente non viene fanno il nome di Borciani. Il 15 febbraio 1944 un carabiniere ed una camicia nera si presentano a casa di Roberto e gli chiedono di seguirlo in caserma, dove non arriverà mai. Viene portato al Carcere dei Servi e da li trasferito a Fossoli senza poter parlare con la famiglia. L'ultima a vederlo è la figlia Giuseppa, alla stazione di Carpi. Riescono a scambiarsi due parole prima che il treno parta per la Germania. Roberto arriva Mauthausen il 24 Giugno 1944. Viene trasferito in più sottocampi di lavoro. Lavora come falegname in una fabbrica aeronautica sotterranea per 8 mesi. Muore il 26 febbraio 1945 e viene sepolto in una fossa comune nei pressi del campo.
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Il podere che fu dei Borciani oggi, (2014)

Tappa n.2 - Tipografia "Podere Piave"


Via Canolo, 7, Correggio

Nel febbraio del 1944 Vittorio Saltini sceglie il podere “Piave” come punto di ritrovo per le riunioni clandestine. Viene proposto ai tre fratelli Pinotti di ospitare la tipografia della resistenza. Dopo i primi problemi per trasportare la macchina da 11 quintali si riesce ad organizzare il trasporto e poco più tardi arriva anche il tipografo Patroncini. I fratelli hanno l'incarico di far lavorare la macchina mentre Patroncini si occupa dei testi, le donne hanno invece l'incarico di tagliare i volantini e portarli ai punti di prelievo delle staffette.
La casa diventa chiusa e meno ospitale, v'è sempre qualcuno di guardia. Si diffonde la voce che i Pinotti siano diventati fascisti e abbiano tradito la causa, queste dicerie salvano i fratelli e la loro tipografia. La “pedalina” fa molto rumore per questo ci si organizza con parole d'ordine e guardie. Successivamente la macchina viene trasferita sottoterra al sicuro. Durate tutta l'attività durata 11 mesi Gino Patroncini vive da recluso.
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Il podere Piave oggi, (2014)

Tappa n.3 - Casa Lini


Via Vecchia Canolo, 7, Correggio

Oreste Lini è un capofamiglia socialista e anticlericale, molto scrupoloso sulla condotta scolastica dei figli e delle figlie. Gestisce dapprima una azienda di trasporti e poi una piccola azienda vinicola, e garantisce alla famiglia una vita decorosa. Quando scoppia la guerra la famiglia non nega dei pasti ai più poveri e a volte anche ai fascisti affamati. I figli abbracciano il comunismo e si uniscono alla resistenza. I figli Sergio e Brenno vengono chiamati al fronte mentre Ezio e Lando si rendono latitanti e si uniscono ai partigiani. Le figlie Olga, Rina e Alma invece organizzano un rifugio per i soldati e i partigiani. La casa diviene una base operativa dove avviene qualunque tipo di attività clandestina e di supporto ai partigiani. Eva e Lidia fanno le staffette in bicicletta.
Nel 1944 Oreste viene arrestato e per fortuna riesce a scendere dal treno prima che parta per la Germania e riesce a rientrare a Correggio.
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Azienda vinicola Lini. A sinistra è visibile il cippo che ricorda Oreste e la sua famiglia, (2014)

Tappa n.4 - Casa Panisi


Casa Panisi è un’insolita casa di latitanza: è la casa dello scarpulein – il calzolaio – di Canolo, piazzata al centro della frazione e vicinissima ad altre.
Al tramonto del 25 gennaio 1945 – il giorno più nero della Resistenza correggese – la casa della famiglia Panisi era praticamente distrutta. I nazifascisti l’avevano presa d’assalto all’alba con l’obiettivo di stanare i partigiani rifugiati all’interno. Per circa un’ora la casa aveva resistito al fuoco devastante delle armi nemiche, poi aveva ceduto. Lunghe tracce profonde sfregiavano la facciata, raggiunta dai colpi di mitraglia. La porta e le finestre spalancate esalavano un respiro pesante di fumo acre, provocato dalle granate fumogene che l’avevano attraversate. Il pozzo e le siepi erano rasi al suolo. All’interno, la furia nazifascista aveva reso inservibile tutto quello che la casa conteneva, trasformandolo in mucchi scomposti di cocci, brandelli, macerie e cenere. All’esterno erano rimasti due morti: Abbo Panisi e Vasco Guaitolini.
La battaglia di Canolo era finita.
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Casa Panisi (2014)

Tappa n.5 - Casa Saltini


Via Bonacina, 11, Correggio

Casa del comandante partigiano Toti, nonché segretario della federazione provinciale del PCI, la mente della resistenza correggese.
25 Gennaio 1945, alle 6:00 Vittorio Saltini si trova ancora a casa di Leo Annovi per una riunione clandestina. Arriva a casa alle 8 del mattino quando i Nazifascisti hanno già invaso la casa e radunato la sua famiglia. Già da due ore interrogavano i famigliari per sapere dove fosse il partigiano Toti. Vittorio decide allora di distruggere i documenti che ha con se nel fienile, purtroppo però non riesce a scappare, un raffica di mitra lo colpisce alla schiena e muore.
La sorella Vandina una volta appresa la notizia inveisce contro i nazifascisti che la zittiscono con due colpi di pistola, in bocca e alla testa. Il cadavere di Toti viene trascinato nella concimaia mentre quello della sorella in cucina. Verranno seppelliti senza funerale pochi giorni dopo. Alla fine dell'occupazione verranno ricordati al funerale dei caduti.
A Vittorio viene conferita la medaglia d'oro al valore militare.
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Casa Saltini oggi, (2014)

Tappa n.6 - Villa Cucchi


Viale Franchetti, 10, Reggio Emilia

Agli ultimi di settembre del 1944 il comando della GNR occupa la villa dell'avvocato Sandro Cucchi, la villa serviva per torturare i prigionieri lontani da occhi indiscreti. Il lavoro svolto dalla GNR e dall'UPI non era unicamente investigativo, vi era anche una parte di organizzazione militare.
L'UPI organizzò un’efficiente rete di spie.Il 28 novembre 1944, arrestò Angelo Zanti, il 30 il capitano Oliva, Luigi Ferrari e Paolo Davoli, sottoposto a tortura a Villa Cucchi, dove furono rinchiusi tanti partigiani; il 2 dicembre il conte Calvi e Gino Prandi. Tutti membri del Comando piazza clandestino. Dopo l’autunno del 1944, la direzione dell'UPI fu affidata al maggiore Attilio Tesei, che si incaricò di accentuare ulteriormente la ferocia degli interrogatori.
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Villa Cucchi oggi (foto Stefano Mattioli, 2014)

Introduzione alla Strada degli Ebrei


Le misure antisemite applicate dal regime a partire dal settembre 1938 e realizzato fino all‘estate 1943, si configurarono in primo luogo come una chiara rottura del patto di cittadinanza con lo Stato, stretto nel corso del Risorgimento. Per la prima volta una parte di cittadini venne definita sulla base di caratteri razziali – aprioristici e ineliminabili – separata dal resto della popolazione attraverso una capillare rete di interventi vessatori che investivano la sfera pubblica e privata. Gli ebrei italiani si trovarono censiti e schedati, privi di una solida rete di relazioni a cui fare riferimento, drammaticamente esposti al precipitare degli eventi. Alla già pesante persecuzione dei diritti seguì inesorabilmente la persecuzione delle vite quando la politica dello sterminio si diffuse su tutto il territorio nazionale occupato dall‘alleato tedesco di Mussolini. Per almeno dieci ebrei reggiani significò la morte nelle camere a gas di Auschwitz.
Primo Levi è stato il primo a segnalare l'impossibilità di raccontare l‘esperienza dei "sommersi": la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. Ma il campo di sterminio è l‘ingranaggio terminale di un più vasto meccanismo persecutorio che ha operato una diversa azione distruttiva sulle vite degli ebrei, anche quelli miracolosamente sfuggiti alla deportazione. Oltre al danno morale e materiale verso i singoli, la prima „vittima“ delle leggi razziali è stata la pacifica convivenza faticosamente conquistata tra maggioranza e minoranza ebraica, minata alla base da un risorto fervore antisemita destinato ad allungare le sue ombre fino ai nostri tempi. Contemporaneamente sono andate disgregandosi le realtà comunitarie, provocando in molti casi – come quello correggese – la completa dispersione dei loro membri. Ne è conseguita la dissoluzione delle istituzioni ebraiche, lo smantellamento delle sinagoghe, l‘abbandono rovinoso dei cimiteri. Un patrimonio di cultura materiale che solo a partire dai tempi recenti si tenta di ricomporre e valorizzare.
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Particolare dell'Aron della Sinagoga prima del trasferimento in Israele

Tappa n.1 - Ghetto ebraico di Correggio


Via Casati, Correggio

Il ghetto di Correggio fu innalzato nel 1781, a due secoli di distanza dalla Bolla papale di Paolo IV (1555) che li istituiva in tutti i territori soggetti all’influenza della Chiesa.
Il primo documento in cui si parla di un ghetto a Correggio risale al 1736, ma a causa di interessi economici gli ebrei più abbienti riuscirono a rimandare la costruzione del ghetto per altri 40 anni Alla fine però gli interessi religiosi prevalsero e unitamente a questi anche la speranza di fermare il crescente dominio ebreo nel possedimento terriero. Le famiglie più ricche riuscirono a rimanere nei palazzi di residenza mentre solo una decina di appartamenti del ghetto vennero occupati da ebrei.
Il ghetto sopravvisse solo fino al 1796, abolito dai decreti repubblicani voluti da Napoleone che sancivano l’uguaglianza degli ebrei con i cristiani e fu definitivamente smantellato nel 1798.
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Via Casati, area dell'ex ghetto ebraico, in una foto di Gildaldo Bassi (1879)

Tappa n.2 - Manifatture Levi


Via Antonioli, 1/b, Correggio

C‘è un immagine che - meglio di ogni altro documento - ci racconta l‘ebraismo correggese nei primi decenni del Novecento, delle sue relazioni con la società maggioritaria e con il regime fascista al potere. Questa immagine è la fotografia di un luogo.
Siamo nel 1933. Da un decennio la vecchia Casa del Popolo socialista è stata trasformata in Casa Littoria. Sulla facciata dell‘edificio è leggibile uno degli slogan del Duce: Il credo del fascismo è l‘eroismo. Al secondo piano è ben visibile una giovane camicia nera in fez e orbace, affacciata alla finestra. Poco più sotto, le Manifatture Levi attirano l‘attenzione per l‘eccezionale spiegamento di varietà merceologiche. Il proprietario è Gedeone Levi, un ebreo. Dunque i rapporti tra maggioranza e minoranza ebraica erano all‘insegna della pacifica convivenza prima dell‘entrata in vigore delle leggi razziali. I fascisti mostrano di tollerare perfino quel disordine pittoresco di stoffe, tappeti e cappotti con cui Gedeone pubblicizza la sua attività, mentre lui non si cura del potere che si esercita due metri sopra la sua testa. Pochi anni dopo questa foto sarebbe stata impossibile. Nel 1938 i „vicini“ ebrei, si trasformano in una razza inferiore che mina la purezza della „razza italica“. In quanto soggetti diversi e pericolosi devono essere espulsi dallo Stato fascista. E‘ l‘inizio della persecuzione.
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Palazzo Contarelli sede del Fascio e delle Manifatture Levi negli anni Trenta (foto Manzotti)

Tappa n.3 - Palazzo Ronca-Segrè


Corso Mazzini, 50, Correggio

Per oltre un secolo, dal 1820 fino alla Grande Guerra, questo è stato l’edificio più importante per gli ebrei di Correggio: la loro sinagoga.
Negli anni Trenta del Novecento il palazzo ospitante la sinagoga era ormai la residenza estiva della famiglia di Ada Segrè, sposatasi con Giuseppe Ronca da cui il nome del palazzo. La famiglia Segrè si era distinta per aver promosso e realizzato opere di pubblico interesse. Grazie a queste opere ottennero il provvedimento di discriminazione.
Il provvedimento fu rispettato fino all'occupazione tedesca, appena giunti a Correggio, i nazisti insediarono nel palazzo Ronca-Segrè, la sede della Gestapo. Fortunatamente i Segrè erano già scappati e rimasero nascosti per tutto il tempo della guerra nel nord Italia. Alla fine della guerra gli eredi cercarono di rientrare in possesso del palazzo senza mai riuscirvi.
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Palazzo Ronca-Segrè, sede della Sinagoga ottocentesca

Tappa n.4 - Palazzo Finzi


Piazza Garibaldi, 9, Correggio

Sergio Finzi è un avvocato ebreo e Segretario politico del fascio di combattimento di Correggio, almeno fino al 18 Settembre 1938 quando gli subentra “l'ariano” Vittorio Perrucca.
Sergio militava nel partito sin dai primi anni '20 ma essendo ebreo era inevitabile un suo allontanamento negli ultimi anni '30. Anche il fratello Riccardo perderà il posto di bibliotecario.
Essendo benestanti riescono comunque a vivere con le parcelle di Sergio. Quando iniziano gli arresti degli ebrei a Reggio Emilia, si rifugiano in Svizzera per tutta la durata della guerra.
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Palazzo di Riccardo e Sergio Finzi

Tappa n.5 - Laboratorio farmaceutico "Recordati"


Piazza Garibaldi, 8, Correggio

Giovanni Recordati è un liberale Borghese che gestisce i laboratori farmaceutici Recordati: è un'attività prospera, conosciuta all'estero, piccola ma molto all'avanguardia.
Nel 1938 arriva da Vienna Wilhelm Blaustein, in fuga dalle leggi razziali tedesche; si trattiene per 6 mesi, il massimo consentito ad un ebreo straniero di soggiornare in Italia. Dal 14 Luglio 1948 Recordati collaborerà con Joachim Berber, un farmacista polacco ed ebreo.
Dopo pochi mesi arriva il medico Guglielmo Levi e dopo di lui si succederanno altri scienziati e chimici ebrei.
Questo nonostante la “Recordati” sia ormai classificata come industria di interesse strategico nazionale e quindi interdetta agli ebrei in virtù delle leggi razziali.
Nel periodo compreso tra il 1938 e il 1945 alla “Recordati” saranno impiegati almeno una decina di ebrei, mentre l’azienda riceve premi, encomi dal Duce e visite dei gerarchi locali.
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Palazzo Recordati, sede dell'omonimo laboratorio farmaceutico (anni Trenta)

Tappa n.6 - Casa di Lucia Finzi


Piazza S.Quirino, 4, Correggio

La casa di Lucia Finzi, ebrea correggese scomparsa ad Auschwitz, si trova al numero 4 di Piazza San Quirino. Nella tipografia di Dante Finzi, il dottor Pietro Ruffini, finanziatore della Casa del Popolo Popolo e imprenditore del truciolo, stampava “La Plebe”: il giornale di indirizzo cristiano-sociale che si opponeva strenuamente al "Giornale del Popolo” dell’onorevole clerico-moderato Vittorio Cottafavi. La famiglia Finzi vi si stabilì nel 1936, poco prima dell’entrata in vigore delle leggi razziali. Nell’estate del 1938 quando il regime fascista dispose il censimento nazionale della popolazione ebraica, anche Lucia e i suoi genitori furono registrati come appartenenti alla “razza ebraica”.
Nel giro di pochi anni Lucia si ritrovò completamente sola. La madre morì nel 1939, la sorella Ginda e il padre, la seguirono nel 1943. Improvvisamente non potè contare neppure sul fratello Valter, costretto a rendersi latitante. L’isolamento e l’impossibilità di una rete parentale a cui fare riferimento saranno i migliori alleati della macchina dello sterminio che condurrà Lucia Finzi alle camere a gas.
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Sullo sfondo casa Finzi quando era sede della tipografia dello zio Dante Finzi (foto Gildaldo Bassi, 1890)

Tappa n.7 - Ghetto ebraico di Reggio Emilia


Via Monzermone, 6-8, Reggio Emilia

Il ghetto ebraico venne istituito dalla duchessa reggente Laura Martinozzi nel 1669 ed effettivamente aperto nel 1671. Con l’arrivo delle armate napoleoniche il 18 ottobre 1796 a Reggio Emilia (in anticipo rispetto a Modena) furono abbattuti i portoni del ghetto, aprendo la stagione della prima emancipazione ebraica. Con l'insediamento del nuovo regime austro-ungarico (1814) si istituì una zona di residenza obbligata ma priva dei portoni. Solo a partire dal 1859, gli ebrei reggiani ottennero la parificazione a tutti gli altri cittadini del nascente stato italiano. Le leggi razziali colpirono 129 residenti Reggiani.
Dopo l'occupazione tedesca nel 1943 vennero spostati a Fossoli da dove partirono con un convoglio di 650 persone il 22 febbraio del 1944. Arrivarono a Auschwitz-Birkenau il 26.
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Ghetto ebraico di Reggio, foto attuale (foto Stefano Mattioli, 2014)

Tappa n.8 - Sinagoga


Via dell’Aquila, 3/a, Reggio Emilia

Il Tempio maggiore della comunità ebraica di Reggio Emilia fu inaugurato il 15 gennaio 1858. Le pareti della sala della preghiera sono decorate e divise tra un finto colonnato e quattro pilastri; la luce arriva esclusivamente dall’alto e in particolare dalla volta affrescata; sopra l’atrio troviamo tre matronei a cui si accede da una scala a parte.
Dopo l’arresto dei dieci ebrei reggiani i primi di dicembre del 1943 il Tempio viene saccheggiato dalla milizia fascista. La biblioteca della Comunità fu in parte venduta e in parte destinata al macero dai repubblichini. In seguito al bombardamento del 7-8 gennaio 1944 uno spezzone di bomba colpisce l’area antistante la sinagoga danneggiandola gravemente. La volta infatti crolla negli anni Cinquanta proprio per l’incuria in cui versa l’edificio. Dal 1990 il Comune di Reggio e la Comunità ebraica di Modena e Reggio danno il via ai lavori di restauro che si concludono nel 2008; Oggi non è più una sinagoga adibita al culto e gli spazi vengono utilizzati per iniziative culturali e visite guidate per scuole e gruppi.
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Ingresso della sinagoga (foto Stefano Mattioli, 2014)

Introduzione alla Maratona dei Cippi


Uno degli itinerari più inediti e suggestivi che offre il territorio correggese è quello dei monumenti riconducibili alla storia dell’Antifascismo, della Resistenza e dei conflitti mondiali.
Si tratta di un patrimonio costituito da trentanove monumenti di diversa tipologia, che per quantità e varietà artistica è secondo solo a quello del capoluogo.
Attraverso uno specifico itinerario – che può essere agevolmente fruito in auto o in bicicletta – il visitatore entra in contatto con la storia recente di questa comunità, all’interno di un paesaggio in parte incontaminato, tipico della pianura padana. Disseminati prevalentemente in aperta campagna, i cippi, le lapidi e i piccoli complessi monumentali rappresentano un patrimonio denso di memoria e testimoniano l’alto grado di coinvolgimento della popolazione negli eventi drammatici che hanno segnato il Novecento appena trascorso.
Il periodo di massima monumentalizzazione del territorio è quello dell’immediato dopoguerra. Tutti i manufatti, salvo rare eccezioni, sono stati realizzati e collocati nel periodo tra il 1945 e il 1949. E’ riconoscibile una forte corrispondenza tra l’ampiezza e l’intensità raggiunta in questa zona dal movimento di Liberazione ed il bisogno, successivamente espresso dalla comunità, di lasciare un segno tangibile dell’esperienza vissuta. Il processo di monumentalizzazione è avvenuto attraverso due tipologie di interventi: la collocazione di cippi individuali (30 su 40) e la composizione monumentale e/o cippi collettivi.
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Mosaico nella chiesa di San Martino

Cippo n.1 - Monumento ai Caduti


Corso Mazzini, Correggio

Addossato all’antico Palazzo della Ragione – oggi denominato Palazzo Cattini dal nome della famiglia originariamente proprietaria dell’edificio - è collocato il Monumento ai Caduti, inaugurato il 25 novembre 1923. L’opera è una pregevole creazione dello scultore Leonardo Bistolfi, uno dei maggiori esponenti del simbolismo italiano. E’ costituita da un piedistallo ornato di teste caprine, che rimanda all’immagine dell’altare e della vittima sacrificale. Sul piedistallo si erge una Vittoria alata nel gesto di chinarsi per raccogliere la fiaccola ardente, destinata ad illuminare il cammino dell’immortalità intrapreso dai caduti. Sulla base del monumento è leggibile la dedica “Correggio ai suoi caduti / 1915 – 1918”. La statua è stata ricavata da un unico blocco di marmo di Carrara che spicca contro i piani di sfondo di nembro giallo di Verona, materiali lapidei di ottimo pregio che conferiscono valore al complesso dell’opera. Sui piani di sfondo è scolpito il lungo elenco delle vittime del primo conflitto mondiale, che comprende i morti in combattimento o in seguito a ferite, morti per malattia contratta in guerra, morti in prigionia e dispersi in combattimento.
In occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti (1923), il comitato esecutivo che aveva raccolto i fondi e promosso l’erezione del monumento, pubblicò un opuscolo con cui si illustravano le fasi della realizzazione dell’opera e riportava l’elenco di tutti i nominativi.
Nel secondo dopoguerra – in occasione del decennale della Liberazione - furono ricordati qui anche i militari dispersi e caduti della Seconda Guerra Mondiale, raccolti in altre due lastre aggiunte ai lati delle prime.
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Monumento ai caduti

Cippo n.2 - Lapide della Resistenza


Corso Mazzini, Correggio

La grande lapide in marmo dedicata ai caduti correggesi della Resistenza è stata posta sul lato sinistro dell’ingresso al Palazzo Municipale il 25 aprile 1949, nel quarto anniversario della Liberazione. Questa collocazione è significativa della funzione assegnatale dalla committenza (amministrazione comunale e ANPI) e quindi del ruolo che la comunità ha inteso affidare alla memoria di questa tragica esperienza storica: la Resistenza è la scelta fondante del nuovo governo democratico ispirato ai principi costituzionali; il punto di partenza per una nuova convivenza civile dopo i disastri della guerra voluta da un regime liberticida.
La lapide riporta i nominativi di quarantasette partigiani combattenti, di cui alcuni deceduti nell’immediato dopoguerra a causa delle ferite riportate in combattimento. Figurano anche i nominativi dei sei civili fucilati dai fascisti il primo dicembre 1944 e i tre deportati deceduti nei campi di concentramento nazisti. E’ ricordato anche Germano Casarini, militare della Divisione “Acqui” caduto a Cefalonia.
Questo elenco non è rappresentativo della totalità delle vittime del nazifascismo cadute in territorio correggese ed è il frutto di un epoca storica in cui predominava una definizione del concetto di “Resistenza” come evento prettamente politico-militare e non coniugata “al plurale”, rispettosa delle diverse forme di Resistenza a cui oggi facciamo riferimento. Un’assenza significativa, ad esempio, è quella degli ebrei ed in particolare di Lucia Finzi, deportata e morta ad Auschwitz; quella dei civili uccisi per rappresaglia e quella degli internati militari che, dai luoghi di prigionia tedeschi, rifiutarono di aderire alla RSI e rimasero vittime delle inumane condizioni di lavoro a cui furono sottoposti.
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Foto storica della lapide della resistenza

Cippo n.3 - Curzio Arletti, Lionello Vellani, Irmo Fontana


Via Campagnola, Correggio

I primi correggesi che scendono in piazza all’alba del 3 marzo 1945 notano immediatamente la lunga scia di sangue che tratteggia le strade del centro. Inizia di fronte al Palazzo dei Principi, sede della OrstKommandantur tedesca, prosegue per tutto corso Vittorio Emanuele (oggi Corso Mazzini) per poi superare le mura cittadine ed arrivare al limitare della campagna. Si pensa a sangue animale, ma la provenienza fa temere il peggio. Il vice commissario prefettizio Franco Zanichelli segue le tracce fino all’inizio di via Campagnola, dove nel campo rinviene tre cadaveri semi sepolti. Uno dei tre stringe nel pugno un po’ di terra, segno evidente che è stato sotterrato ancora vivo. E’ una visione raccapricciante. I corpi, gettati in modo scomposto, sono tumefatti e incrostati di sangue. E’ facile immaginare che si tratti di partigiani rimasti vittime di un interrogatorio particolarmente violento. Si tratta infatti di tre combattenti di Carpi: Curzio Arletti, Leonello Vellani e Irmo Fontana, quest’ultimo giovanissimo. Sono stati catturati dai tedeschi di Correggio pochi giorni prima, nella frazione Cantone di Gargallo, mentre stanno recuperando le armi aviolanciate dagli Alleati e nascoste nella casa recapito “Piccolo Vulcano”. I tre partigiani sono rinchiusi nella sede del Comando tedesco e sottoposti a tortura a scopo di delazione, fino alla morte.
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Cippo dedicato a Vellani, Arletti, Fontana (foto Mario Boccia)

Cippo n.4 - Dario Ascari


Via Carpi, Correggio

Il 13 aprile 1945 è il giorno stabilito dal CLN per la “giornata insurrezionale”, una grande manifestazione popolare contro il regime e l’occupazione tedesca, in preparazione della Liberazione nazionale. In tutta la provincia le donne dei GDD si mobilitano, centinaia di persone scendono in piazza con le formazioni partigiane schierate a loro protezione. Ma i fascisti non stanno a guardare. A Correggio la Brigata Nera attacca una squadra di SAP che, insieme alle donne, ha bloccato la strada per Reggio Emilia in località San Prospero. Dario Ascari, partigiano del distaccamento di Budrio, rimane ferito nello scontro a fuoco ed è catturato dai repubblichini. Immediatamente è trasportato nella sede della Brigata Nera presso il Teatro Comunale e per i tre giorni successivi è sottoposto a torture. Non parla, ai fascisti non dice neppure il suo nome. Insistere con lui è inutile. Nella notte del 16 aprile Dario, ormai in fin di vita, è trascinato nei campi lungo la strada di San Biagio e fucilato sul posto. Muore a ventidue anni, il giorno del suo compleanno. Il corpo sarà rinvenuto solo dopo la Liberazione.
Dario Ascari, nato a Carpi il 16 aprile 1923, residente a Budrio di Correggio, bracciante, nome di battaglia Tito. Arruolato nel movimento partigiano dal 1° agosto 1944 nelle squadre modenesi, era passato successivamente al distaccamento di Budrio in forza al terzo battaglione della 77a brigata SAP dove svolgeva il compito di caponucleo.
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Foto attuale del cippo dedicato a Dario Ascari

Cippo n.5 - Agostino Zaccarelli, Mario Gasparini


Corso Mazzini, Correggio

Mario Gasparini e Agostino Zaccarelli sono uccisi a colpi d’arma da fuoco nel corso di uno scontro tra socialisti e una squadra di fascisti carpigiani, avvenuto la sera del 31 dicembre 1920, di fronte alla Casa del Popolo di Correggio. E’ il primo delitto politico dello squadrismo fascista in provincia di Reggio Emilia.
La lapide che li ricorda è collocata a destra dell’ingresso della vecchia cooperativa di consumo della Casa del Popolo, dove furono uccisi i due antifascisti. Sotto la lapide è visibile la foto dei funerali che si celebrarono il 4 gennaio 1922 e che ebbero vasta risonanza in tutta la provincia. Per quattro giorni consecutivi il quotidiano “La Giustizia” dedicò ampio spazio a “L’efferato eccidio di Correggio”. Ai funerali intervennero il segretario della Camera del Lavoro di Reggio Emilia, Anceschi e l’onorevole Giovanni Zibordi leader dei socialisti, che tenne l’orazione funebre dal balcone del palazzo municipale. Dal resoconto dell’evento che ne fece il giornale di Prampolini sappiamo che tutto il paese partecipò con una cinquantina di corone, 60 bandiere, una folla enorme; tutti i negozi erano chiusi ed erano presenti cittadini di ogni parte politica…. Alla testa del corteo la giovanissima fidanzata di Agostino, Maria Fortini (che poi diventerà moglie di Aldo Magnani, antifascista e dirigente del PCI) ed il fratello di Mario Gasparini, Aurelio.
Agostino Zaccarelli e Mario Gasparini sono inumati nell’area centrale del cimitero urbano di Correggio. Il luogo della loro sepoltura è segnato da un monumento funebre in pietra, che rappresenta una colonna spezzata cinta da un tralcio di rose.
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Cippo dedicato a Zaccarelli e Gasparini (foto Mario Boccia)

Cippo n.6 - Collettivo Budrio


Via Fossa Ronchi, Correggio, frazione Budrio

Il cippo collettivo di Budrio è tra i più interessanti di questa tipologia. Nasce come monumento di commemorazione ai caduti della Prima Guerra Mondiale, fatto erigere dall’amministrazione fascista all’ingresso del viale che conduceva alle vecchie scuole frazionali. Questo significato “educativo”, che stava nelle intenzioni del regime, oggi non è più percepibile a causa della demolizione dell’edificio scolastico avvenuta negli anni Novanta del Novecento.
Il monumento originale, inaugurato il 2 novembre 1923, è costituito da una grande stele in marmo bianco con fregi ed emblemi militari, a cui si antepone una sorta di ara sul quale è appoggiato un braciere in bronzo destinato ad ardere incenso. Nel dopoguerra, sfruttando gli ampi spazi liberi della superficie, sono stati aggiunti i nomi e le foto dei partigiani caduti appartenenti alla frazione di Budrio. E’ mutata anche l’intitolazione - Ai Caduti nelle guerre che il popolo non volle – ricomprendendo nella memoria celebrativa i militari caduti nelle guerre d’Africa e di Spagna e quelli della Resistenza. Il riadattamento risale al 2 novembre 1946.
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Monumento dedicato ai caduti di Budrio

Cippo n.7 - Lapide Don Luigi Manfredi


Via Budrio, Correggio, frazione Budrio

Don Luigi Manfredi, sessant’ anni, è ucciso da una formazione partigiana giunta appositamente dalla montagna, la sera del 14 dicembre 1944, di fronte alla canonica. Parroco a Villa Minozzo e successivamente destinato alla parrocchia di Budrio, diventa bersaglio del movimento partigiano perchè sospettato di delazione a favore dei tedeschi ed in particolare ritenuto colpevole di delazione ai danni di don Pasquino Borghi, il sacerdote arrestato e poi fucilato dai fascisti nel gennaio 1944. Nessun documento ad oggi conosciuto attesta questa responsabilità.
Il monumento che lo ricorda è costituito da una lapide in marmo bianco posizionata sotto il portico della chiesa. Fu collocata per volontà del vescovo Beniamino Socche il 14 dicembre 1959, nel quindicesimo anniversario della morte del parroco.
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Foto storica di Don Luigi Manfredi

Cippo n.8 - Antonio Saccani


Via Massenzatico, Correggio, frazione Budrio

Alle tre di notte del 6 giugno 1944 Antonio Saccani viene prelevato dalla sua abitazione di Fosdondo da un presunto gruppo di partigiani. Nonostante l’ora tarda i finti compagni lo convincono a seguirli con la scusa in una riunione urgente. Lo stratagemma riesce anche grazie alla presenza dell’amico Bruno Capretti Incerti, evidentemente costretto a prestarsi all’inganno. Antonio, classe 1897, falegname, è un comunista di vecchia data che fin dall’ottobre del 1943 ha aderito al Paramilitare. Il suo gruppo si è già reso responsabile di diverse azioni di sabotaggio a danno dei nazifascisti.
I due partigiani sono fatti salire sulla camionetta e trasportati all’inizio di via Massenzatico. Appena scesi dal mezzo, i fascisti sparano a bruciapelo. Antonio muore sul colpo, mentre Bruno si salva miracolosamente, ma riporta gravi ferite alla testa che lo renderanno invalido in modo permanente. Il giorno successivo la moglie di Antonio, preoccupata per l’assenza del marito, vagherà inutilmente per le campagne andando di casa in casa a chiedere sue notizie. Troverà il suo cadavere crivellato di colpi, abbandonato sul ciglio della strada. In quello stesso luogo è posizionato il cippo che lo ricorda.
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Cippo dedicato a Antonio Saccani (foto Mario Boccia)

Cippo n.9 - Collettivo di Canolo


Via Canolo, Correggio, frazione Canolo

Il 23 aprile 1945 molti abitanti di Canolo sono in strada per festeggiare l’arrivo degli alleati che transitano nel territorio correggese. Tra le colonne americane sopraggiunge anche un mezzo carico di tedeschi, fuggiti dal cimitero di Budrio dopo aver sfondato il posto di blocco dei partigiani ed ucciso il sappista Cismo Tirabassi. I nazisti, appena giunti nel centro della frazione, sparano raffiche di mitra sulla folla radunata di fronte alla chiesa e all’osteria. E’ l’ultima strage di civili compiuta dall’esercito occupante in fuga. Tra i molti feriti cadono colpiti a morte Andrea Cucconi (58 anni), Mario Franceschini (28 anni), Giuseppe Massari (59 anni), Gogliardo Pellacani (39 anni), Alcide Vezzani (42 anni) e il giovane partigiano di Novellara, Giancarlo Galloni (18 anni). Nei giorni successivi muoiono per le ferite riportate anche il partigiano Ruffino Bellesia (27 anni) ed i civili Fulgenzio Turci (39 anni) e Giovanni Vezzani (62 anni).
Ruffino Bellesia, nato a Correggio il 28 marzo 1908, nome di battaglia “Sandro”, era arruolato nel secondo distaccamento della 77a brigata SAP dal 1° febbraio 1945.
I nove caduti furono ricordati nell’immediato dopoguerra con una lapide in marmo bianco posizionata sulla facciata dell’osteria che era stato teatro della strage. Negli anni Ottanta l’edificio inutilizzato venne abbattuto. Nell’area verde rimasta libera, l’amministrazione comunale commissionò l’erezione di un monumento collettivo, in memoria dei caduti delle due guerre, degli otto combattenti partigiani della frazione e delle nove vittime della strage nazista. Il monumento è in cemento armato ed è costituito da tre differenti elementi che creano una struttura a “coda di rondine”, sulle cui superficie sono disposte le epigrafi commemorative. L’inaugurazione del monumento avvenne il 4 marzo 1990. Dieci anni più tardi fu recuperata anche la vecchia lapide, ora collocata nel prato antistante il nuovo centro ricreativo della frazione, sul lato opposto della stessa strada.
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Monumento dedicato all'eccidio di Canolo

Cippo n.10 - Aristodemo Cocconi


Via Stradella, Correggio, frazione Fosdondo

Aristodemo Cocconi, nato a Correggio il 7 marzo 1880 è un piccolo proprietario terriero che appartiene ad una famiglia di estrazione socialista, attivamente impegnata nell’organizzazione cooperativa e sindacale. Suo fratello Antonio, nominato assessore dopo le elezioni del novembre 1920 – le prime vinte dai socialisti a Correggio - è costretto a dimettersi nell’aprile successivo, a causa delle minacce subite dai fascisti.
Nel tardo pomeriggio del 14 agosto 1921, due giovani squadristi compiono un raid a Canolo. Dopo aver gettato lo scompiglio nei locali della Cooperativa, raggiungono Aristodemo in via Stradella mentre rientra a casa dopo una posta di caccia. Lo freddano con un colpo di rivoltella sparato alla testa. Contemporaneamente una squadra di fascisti dà alle fiamme la casa del fratello. I colpevoli, individuati da testimoni, rimangono impuniti.
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Cippo dedicato a Aristodemo Cocconi (foto Mario Boccia)

Cippo n.11 - Monumento Don Pasquino Borghi


Via Canolo, Correggio, frazione Canolo

Don Pasquino Borghi nasce a Bibbiano il 26 ottobre 1903, in una famiglia contadina. Dopo essere stato ordinato sacerdote, nel 1930, sceglie di diventare missionario comboniano e rimane sette anni in Africa. Al suo rientro – dopo un breve periodo trascorso come monaco alla Certosa di Farneta - è nominato cappellano della parrocchia di Canolo. Nella piccola frazione correggese svolge un’intensa attività pastorale soprattutto verso i giovani. Manifesta apertamente posizioni critiche verso il fascismo. Il 30 aprile 1943 è destinato alla parrocchia di Tapignola, comune di Villa Minozzo, dove entra in contatto con le formazioni combattenti. Nella sua canonica ospita partigiani e militari fuggiaschi e collabora attivamente con il Comitato di Liberazione Nazionale. Inquadrato dal primo ottobre 1943 nella 284a brigata “Fiamme Verdi”, assume il nome di battaglia di Albertario. Il 21 gennaio 1944 è arrestato dai fascisti nei pressi della sua canonica, condotto al carcere dei Servi a Reggio Emilia e sottoposto a violenze e percosse. Fucilato al Poligono di Tiro all’alba del 30 gennaio con altri otto antifascisti tra cui i correggesi Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti e Destino Giovanetti di Correggio.
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Statua di Don Pasquino Borghi (foto Mario Boccia)

Cippo n.12 - Lapide Casa Ferrari


Via Cognento, Correggio, frazione Canolo

Questa lapide è identica a quella posta presso casa Lini in via Canolo e differisce solo nell’intitolazione che qui riguarda Guglielmo Ferrari. Come tipico di molte case di latitanza, anche questa fu scelta dal Comando di Brigata per la sua posizione strategica: era situata in aperta campagna, ma in prossimità di una delle principali strade di collegamento tra Correggio e Campagnola, posizione ideale per avvistare anche a notevole distanza, i mezzi dei nemici in transito. Oltre a quella dei Ferrari e dei Lini ci furono altre decine di famiglie di contadini che, mettendo a disposizione la propria casa, prestarono una preziosissima opera di fiancheggiamento alle formazioni combattenti. Su tutto il territorio correggese hanno funzionato almeno novanta case di latitanza. Sono state individuate grazie ad un censimento condotto dall’ANPI nel 1987, attraverso le testimonianze ed i ricordi dei partigiani che vi furono ospitati. Nel 2001 queste case di latitanza – o ciò che ne rimaneva – sono state catalogate attraverso documentazione fotografica attualmente conservata presso l’archivio ANPI di Correggio.
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Lapide intitolata a Guglielmo Ferrari

Cippo n.13 - Lapide Casa Lini


Via Vecchia Canolo, Correggio, frazione Canolo

La lapide che si trova all’ingresso di quella che oggi è la sede della rinomata Cantina Lini, è un omaggio al ruolo delle case di latitanza nella lotta di Liberazione. Oreste Lini, oltre ad essere il fondatore dell’azienda vinicola, era antifascista e padre di nove figli tutti impegnati a vario titolo nelle file della Resistenza. Nel 40° anniversario della Liberazione, il 25 aprile 1985, il Corpo Volontari della Libertà e i partigiani della 77a SAP vollero ricordare l’impegno delle molte famiglie che sostennero la causa della Resistenza ponendo una lapide in pietra alla memoria. Un’altra lapide identica a questa è stata collocata presso la casa di latitanza di Guglielmo Ferrari in via Cognento, sempre a Canolo.
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Lapide intitolata a Oreste Lini

Cippo n.14 - Abbo Panisi, Vasco Guaitolini


Via Lupi e Sabbietta, Correggio, frazione Canolo

Il 25 gennaio 1945 Il comando provinciale della GNR in accordo con quello tedesco avvia una operazione di polizia di notevoli proporzioni con l’obiettivo di catturare i dirigenti del movimento partigiano. All’alba i nazifascisti hanno già circondato la casa di Raul Incerti e Marcello Panisi, segnalata da una delazione. Qui si trova riunito il comandante e il commissario della 77a Brigata SAP con i vertici del primo battaglione della stessa brigata. Quando il gruppo si rende conto dell’accerchiamento è troppo tardi per tentare la fuga. I partigiani decidono di uscire dalla porta principale usando tutta la potenza di fuoco di cui dispongono e confidando sull’effetto sorpresa. Di fronte all’ingresso però i fascisti hanno piazzato una mitragliatrice che colpisce a morte Vasco Guaitolini. Abbo Panisi, figlio di Marcello, è raggiunto dal fuoco nemico durante la fuga. Tutti gli altri riescono a mettersi in salvo.
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Cippo dedicato a Panisi e Guaitolini

Cippo n.15 - Collettivo Fosdondo


Via Fosdondo, Correggio, frazione Fosdondo

La vecchia scuola elementare di Fosdondo è un luogo ricco di memorie della storia novecentesca. A partire dalla intitolazione della scuola, ricordata nella targa in marmo di fianco all’ingresso. E’ dedicata a Oddone Fantini, nativo di Fosdondo e qui ribattezzato l’ “eroe del Sabotino” perché da giovane ufficiale volontario, aveva combattuto in uno dei luoghi simbolo della Prima Guerra Mondiale, riportandone ferite invalidanti ma anche una Medaglia d’oro al Valor Militare. Laureato in scienze sociali, insegnante e saggista, Fantini aveva ricevuto dallo stesso Mussolini numerose altre onorificenze e attestati di stima. Tanto merito gli guadagnò – lui ancora in vita – l’intitolazione della scuola.
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Monumento dedicato ai caduti di Fosdondo

Cippo n.16 - Paride Caminati, Angiolino Morselli, Luciano Tondelli


Via Fosdondo, Correggio, frazione Fosdondo

Dopo la morte di Mauser e Aldo i compagni del convoglio ingaggiano un serrato combattimento che richiama sul posto sia rinforzi fascisti che partigiani. Tutta la zona compresa tra il cimitero e la chiesa, le scuole elementari fino all’aperta campagna diventa campo di battaglia. Rimangono uccisi Paride Caminati Carburo, 28 anni, del distaccamento celere “Borghi”, sorpreso da un gruppo di fascisti e freddato da una raffica di mitra; Angiolino Morselli Pippo, 23 anni, del distaccamento mobile “Soave” che da solo riesce a tenere testa ai fascisti a colpi di mitra e bombe a mano, per consentire ai compagni di mettersi in salvo; Luciano Tondelli Bandiera, 18 anni, del distaccamento “S.Prospero”, impegnato con i compagni in uno scontro a fuoco in campo aperto, viene raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco e muore poco dopo. I fascisti fanno vittime anche tra i civili, uccidendo due giovani: Dante Ibattici e Franco Faccenda.
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Cippo dedicato a Caminati, Morselli e Tondelli

Cippo n.17 - Sergio Fontanesi, Giacomo Pratissoli


Via Fosdondo, Correggio, frazione Fosdondo

E’ il pomeriggio del 15 aprile 1945. Mauser e Aldo, in motocicletta, stanno scortando un convoglio di armi recuperate da un lancio alleato in montagna e destinate ai partigiani della pianura. Quando giungono nel centro della frazione, all’incrocio con via San Prospero, non si rendono conto che la zona è occupata dai fascisti, impegnati in perquisizioni ad inermi cittadini. I due partigiani non si rendono conto del pericolo tanto che non nascondono la loro identità, ma anzi si fanno incontro al gruppo nella convinzione si tratti di compagni. Immediatamente diventano facile bersaglio per le mitraglie dei fascisti. Mauser e Aldo sono i primi caduti di una scontro campale che lascerà sul terreno vittime di ambo le parti.
Sergio Fontanesi, nome di battaglia Mauser, è un contadino di Massenzatico arruolato nel movimento partigiano da Vittorio Saltini. Non ha ancora compiuto 25 anni quando diventa comandante del terzo battaglione della 77° Brigata. E’ stato insignito di Medaglia d’argento al Valor Militare alla Memoria.
Giacomo Pratissoli, nome di battaglia Aldo, ha 25 anni ed abita nella frazione di Fosdondo. Partigiano dalla costituzione delle brigate sappiste, nel luglio 1944, opera inizialmente nel distaccamento “Lemizzone”, successivamente nel distaccamento “Fosdondo”, quindi passa al distaccamento volante “Borghi” del terzo battaglione 77a brigata SAP.
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Cippo dedicato a Fontanesi e Pratissoli

Cippo n.18 - Vittorio e Vandina Saltini


Via Bonacina, Correggio, frazione Fosdondo

Vittorio Saltini, nato a Budrio di Correggio il 1° febbraio 1904, residente a Massenzatico di Reggio Emilia, contadino, nome di battaglia Toti. La famiglia, sei maschi e quattro femmine, compresa la madre Ernesta aderiscono al Partito Comunista fin dal 1921. A diciassette anni diffonde la stampa clandestina e sostiene le lotte dei contadini contro gli agrari. Tra il 1923 e il 1926 subisce ripetuti attentati fascisti, è più volte arrestato e picchiato. Intensamente ricercato, si rifugia in URSS e nel 1930 rientra in patria con compiti di dirigente del partito per la bassa reggiana. Al ritorno dal secondo viaggio in Unione Sovietica, nel 1934, è arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a venti anni di carcere. Scoperto mentre teneva un corso di marxismo-leninismo, è trasferito in isolamento al carcere di Portolongone (oggi Porto Azzurro). Liberato nel settembre 1943 riprende i contatti con il partito fino a ricoprire la carica politica di segretario della federazione provinciale del PCI e quella militare di Comandante responsabile del Comando di Piazza. Contribuisce alla creazione della 37a brigata GAP, che dopo la sua morte gli sarà intitolata. Scoperto nella casa dei fratelli a Fosdondo, la mattina del 25 gennaio 1945 è ucciso dai nazifascisti mentre tenta la fuga.
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Cippo dedicato a Vittorio e Vandina Saltini

Cippo n.19 - Cismo Tirabassi


Via Fosdondo, Correggio, frazione Fosdondo

Il 23 aprile 1945 alcune squadre SAP sono incaricate di controllare una formazione tedesca in ritirata rifugiata all’interno del cimitero di Budrio. I militari tedeschi riescono a sfuggire all’accerchiamento, ma incappano in un posto di blocco dei partigiani, formato da Cismo Tirabassi e Gracco Menozzi. I nazisti sparano a vista e colpiscono a morte Cismo, mentre il compagno rimane gravemente ferito.
Cismo Tirabassi, nato a Fosdondo il 27 luglio 1913 era bracciante agricolo e combatteva con il nome di battaglia di Enrico. Apparteneva alla 77a Brigata SAP, ma collaborava con il movimento partigiano fin dalla sua formazione, partecipando a numerose azioni di sabotaggio, taglio dei fili telegrafici, affissione di manifesti antifascisti, recupero di materiale per i combattenti della montagna.
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Cippo dedicato a Cismo Tirabassi

Cippo n.20 - Gisberto Vecchi


Via Fosdondo, Correggio, frazione Fosdondo

Il primo luglio alle 20.30 il comandante gappista Gisberto Vecchi esce di casa, inforca la bicicletta e si dirige verso i Ronchi di Fosdondo. E’ armato, anche se la missione che deve compiere con il compagno Celeste non è particolarmente rischiosa. Si tratta di recuperare due mitragliatrici di un aereo abbattutosi in piena campagna. Giunti in prossimità delle scuole di Fosdondo, i due partigiani si imbattono in un’auto con due militi ed il commissario federale di Reggio Emilia. I fascisti intimano l’alt, fanno scendere i due dalla bicicletta ed iniziano a perquisirli. Gisberto, vistosi scoperto, estrae due rivoltelle e spara contro i fascisti che a loro volta sparano due raffiche di mitra. Lui muore sul colpo mentre il compagno riesce a fuggire. Il cadavere viene impiccato alle scuole di Fosdondo dove rimane esposto a monito per la popolazione fino al giorno successivo.
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Cippo dedicato a Gisberto Vecchi (foto Mario Boccia)

Cippo n.21 - Armando Bonezzi


Via Beviera, Correggio, frazione Fosdondo

L’azione è stata rapida e con un esito al di sopra delle aspettative. I primi giorni di ottobre 1944, Armando si imbatte in due tedeschi e riesce a disarmarli con uno stratagemma vecchio e infantile. Un gioco da ragazzi. Sorprende i nazisti alle spalle, gli punta un dito alla schiena simulando la canna di una pistola e gli sottrae tutte le armi di cui sono in possesso. Poi si mette in salvo con il compagno che l’ha aiutato nell’impresa. Armando è un operaio di 23 anni. E’ entrato nelle formazioni sappiste nel luglio del 1944, con il nome di battaglia di Franco e dopo alcuni mesi è già comandante della sua squadra. Il 20 ottobre percorre via Beviera in bicicletta, sulla canna trasporta sua madre, la sta accompagnando al lavoro nei campi. Dietro a una curva si imbatte in un posto di blocco dei tedeschi, tra cui vi sono i due disarmati in precedenza. Riconosciuto è subito fermato, trascinato davanti al muro di una casa vicina e immediatamente fucilato.
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Attuale locazione del cippo dedicato a Armando Bonezzi

Cippo n.22 - Monumento collettivo Lemizzone


Via Lemizzone, Correggio, frazione Lemizzone

Il monumento è composto da due lapidi in marmo bianco. La più grande è dedicata ai quattordici caduti della Grande Guerra residenti a Lemizzone, come rivela l’epigrafe: 1915 – 1918 / Agli eroici suoi figli morti pugnando per l’Italia / Lemizzone riconoscente. E’ la retorica tipica del regime fascista, epoca a cui risale l’apposizione della lapide. Ai tempi l’edificio era sede delle scuole elementari della frazione. La lapide è molto abrasa ed il suo stato rende quasi illeggibile la figura scolpita a lato dell’elenco dei caduti, forse rappresentante un angelo.
Dopo aver perso la sua originaria destinazione a causa del decremento demografico, l’edificio fu riconvertito a scopi culturali e ricreativi ospitando il circolo Arci di Lemizzone. Oggi questa attività è stata trasferita in una nuova struttura e l’intero complesso si trova in stato di abbandono. A fianco della prima lapide, il 19 maggio 1946 ne fu posizionata una seconda dedicata ai tre caduti per la Libertà della frazione.
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Monumento ai caduti di Lemizzone

Cippo n.23 - Monumento collettivo Prato


Via Prato, Correggio, frazione Prato

Il monumento originale, di epoca fascista, venne posto nel cortile della scuola frazionale il 30 aprile 1922 a ricordo dei caduti nella guerra del 1915-1918. La forma è quella della piramide tronca su cui era posta una fiaccola ardente in pietra, mentre l’epigrafe aveva il seguente testo: Per iniziativa fascista / i pratesi vollero / ai caduti in guerra / 1915 –1918 / inaugurazione ricordo / Prato 30-4-1922. Nel dopoguerra il monumento fu modificato. Vennero eliminate le quattro lastre di marmo che rivestivano la piramide, tolta la fiaccola ardente e sostituita con una stella a cinque punte di colore rosso, mentre l’epigrafe fu cancellata. Il monumento è in granito e pietra arenaria e qui quattro lati presenta i nominativi e le fotografie smaltate dei caduti del 1915-1918, 1935-1943 e della Lotta di Liberazione. L’inaugurazione del monumento rinnovato risale al 25 aprile 1947.
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Monumento ai caduti di Prato

Cippo n.24 - Giovanni Beltrami


Via Agrato, Correggio, frazione Prato

Giovanni Beltrami, nato a San Martino in Rio il 5 luglio 1890, contadino, è uno dei civili uccisi durante la battaglia di Prato, che ebbe luogo il 23 aprile 1945. Al rientro dai campi Beltrami si imbatte in una delle formazioni tedesche impegnate nello scontro. Muore raggiunto da un proiettile sparato direttamente al cuore.
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Cippo dedicato a Giovanni Beltrami (foto Mario Boccia)

Cippo n.25 - Eguano Grossi, Giovanni Pasquali, Giovanni Branchetti


Via Masone, Correggio, frazione Prato

Una colonna di fanteria tedesca proveniente da Reggio Emilia, in ritirata verso il Po, giunge il 23 aprile 1945 nella frazione di Prato. Mentre i tedeschi saccheggiano le case per procurasi i viveri, i partigiani avvisati dalle staffette si portano sul posto e circondano tutta la zona intimando la resa al nemico. Ma i nazisti, superiori di numero, continuano ad avanzare compiendo razzie e facendosi scudo degli ostaggi. Da Campogalliano giunge anche un’altra colonna tedesca in ritirata che ingaggia subito battaglia. Lo scontro esplode nel centro della frazione, tra il cimitero e la chiesa di Prato. I partigiani ottengono i rinforzi delle squadre SAP di San Martino che arrivano con un autoblindo per tentare di superare il fuoco dei mortai tedeschi, questi asserragliati nella chiesa e nelle case della frazione. La battaglia prosegue per tre ore senza esito. I tedeschi, quasi duecento unità, si arrendono solo il mattino successivo ad un ufficiale americano giunto appositamente. Nel corso della battaglia rimangono uccisi il partigiano Giovanni Pasquali, nome di battaglia Tito, venticinque anni, inquadrato come caposquadra nella 77° Brigata SAP e Giovanni Branchetti, quarantadue anni, operaio, ostaggio dei tedeschi e utilizzato come scudo. L’uomo è poi fucilato nei pressi della sua abitazione. Lo scontro è noto come “la battaglia di Prato”.
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Cippo dedicato a Grossi, Pasquali e Branchetti (foto Mario Boccia)

Cippo n.26 - Agide Manicardi


Via Gazzata, Correggio, frazione Prato

Il 2 febbraio 1945 un gruppo di mogoli dell’esercito tedesco, si lancia in una operazione di razzia presso le case contadine al confine tra Prato di Correggio e Gazzata. Il comandante GAP, Antenore Manicardi con il compagno Alfio Magnani (Ivan) tenta un’azione di disturbo allo scopo di fermare le rapine. Ma l’arma lo tradisce. Si inceppa mentre è impegnato nel conflitto a fuoco, diventando facile bersaglio dei mongoli che lo feriscono a morte.
Antenore Manicardi, nato a San Martino in Rio il 13 dicembre 1911, contadino, iscritto al PCI dal 1931. Dopo l’8 settembre 1943 è nominato segretario politico del partito di San Martino in Rio. Svolge una intensa attività cospirativa, grazie alla quale è arruolato nella formazione della 37° Brigata GAP “Vittorio Saltini”. Alla sua morte è comandante del distaccamento GAP di San Martino in Rio.
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Cippo dedicato a Antenore Manicardi (foto Mario Boccia)

Cippo n.27 - Pietro Rossi


Via Masone, Correggio, frazione Prato

Il cippo dedicato a Pietro Rossi ha subito numerosi rimaneggiamenti e spostamenti. Inizialmente si trovava esattamente lì dove lo collocava il ricordo della moglie: poco distante dalla casa, sull’argine che costeggia via Masone. Consisteva in una lapide in marmo bianco con la fotoceramica raffigurante il caduto ed una epigrafe. In epoca imprecisata, a causa di un incidente che danneggiò parzialmente il monumento, esso venne completamente rifatto - stavolta in pietra marmorizzata - e spostato di alcuni metri rispetto alla localizzazione originale. Una ulteriore ricollocazione si è resa necessaria con l’apertura dei cantieri per la realizzazione della TAV e l’occupazione del terreno dove si trovava il cippo. Attualmente esso è sistemato sul lato opposto della strada molto lontano dal luogo originale.
“Era la sera del 19 ottobre 1944. Faceva già buio quando i fascisti della banda Pelliccia (Brigata Nera) irruppero nella nostra casa. Non era la prima volta che venivano a farci visita. Da tempo infatti sospettavano che noi Rossi di Prato fossimo schierati dalla parte dei partigiani. Erano i tempi duri della guerra: i tedeschi calpestavano le nostre campagne con i fascisti loro servi. Mio marito, Pietro Rossi, non esitò a mettere la nostra casa a disposizione della Resistenza. Era un vecchio contadino, mio marito. Aveva cinquantanove anni. Cinquantanove anni spesi sulla terra per renderla più fertile e per allevare i nostri nove figli. […]"
La testimonianza continua sul pdf scaricabile qui sopra.
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Cippo dedicato a Pietro Rossi (foto Mario Boccia)

Cippo n.28 - Monumento collettivo San Biagio


Via San Biagio, Correggio, frazione San Biagio

Il monumento è ubicato oltre il ponte, sull’incrocio tra via San Biagio e via Sinistra Tresinaro. Fu eretto per volontà delle associazioni combattentistiche e dell’amministrazione fascista. Da una base in cemento si erge una stele a base trapezoidale, i cui tre lati visibili sono coperti da lastre di marmo bianco che portano le fotoceramiche con l’effige dei caduti e le epigrafi. Sul lato sinistro del monumento sono ricordati cinque caduti delle guerre 1935-1943. Su quello destro figurano i ventiquattro nominativi dei militari caduti nella Prima Guerra a cui successivamente furono aggiunti quelli del secondo conflitto mondiale.
La parte centrale del monumento era in origine libera e riportava unicamente l’intitolazione San Biagio ai suoi caduti. Nell’immediato dopoguerra questo spazio fu utilizzato per ricordare i quattro caduti della Resistenza residenti nella frazione. Tra l’epigrafe e i nominativi fu collocata anche una stella a cinque punte in bronzo, successivamente trafugata.
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Monumento dai caduti di San Biagio

Cippo n.29 - Armando Luppi, Ugo Bizzarri


ia Modena, Correggio, frazione San Biagio

Armando Luppi e Ugo Bizzarri appartenevano al nucleo storico del comunismo correggese. Bizzarri aveva iniziato la lotta contro il regime a diciassette anni. A diciotto aveva subito il primo arresto, le torture e una condanna a sette mesi di carcere. Tornato in libertà, si era occupato prevalentemente del reclutamento dei giovani alla causa antifascista. Nel 1930 fu arrestato per la seconda volta, processato dal Tribunale Speciale e condannato a dieci anni per attività sovversiva. Riacquistò la libertà nel 1933, grazie ad una amnistia e riprese regolarmente l’impegno politico per il partito.
Armando Luppi svolgeva attività a favore del PCI in una vasta zona della bassa reggiana, grazie alla copertura della sua professione di ambulante in maglieria, che gli consentiva spostamenti senza destare sospetti. Nel 1935 fu condannato dal Tribunale Speciale a sei anni di carcere che scontò nel penitenziario di Civitavecchia dove frequentò Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro. Era amico e collaboratore di Aldo Magnani, uno dei massimi dirigenti reggiani del PCI. Strinse un solido rapporto di collaborazione anche con don Enzo Neviani, che aiutava nel dare rifugio ai militari alleati sbandati, ospitati nella canonica dell’Ospedale di Correggio.
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Cippo dedicato a Luppi e Bizzarri (foto Mario Boccia)

Cippo n.30 - Contardo Campedelli


Via Sinistra Tresinaro, Correggio, frazione San Martino

Contardo ha il destino segnato nel nome che porta. Deriva dal tedesco e significa audace, battagliero. Ha solo diciassette anni e tutta l’energia dei giovani uomini ansiosi di passare all’azione per la libertà del suo Paese. E’ così che si arruola nel movimento partigiano e sceglie Fulmine come nome di battaglia. Nel novembre 1944 è già sergente maggiore della 15° Brigata “Diavolo” che opera nella zona del carpigiano. La morte lo coglie un mese dopo, il 31 dicembre 1944, alle soglie dell’ultimo anno di guerra. La sua squadra è appostata dietro l’argine di via Sinistra Tresinaro, in territorio correggese. La brigata carpigiana collabora con le squadre locali per attacchi in questo tratto di strada, importante arteria di collegamento tra comandi nazisti. Quando l’autocarro dei militari tedeschi si profila all’orizzonte, in prossimità del ponte sul canale, i partigiani aprono il fuoco. Ma i tedeschi sono dotati di fucili di precisione – quelli che i partigiani chiamano tac-pum dotati di lunghissima gittata. Un colpo raggiunge in pieno petto Contardo, l’audace e il battagliero, che immediatamente cessa di vivere.
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Cippo dedicato a Contardo Campedelli (foto Mario Boccia)

Cippo n.31 - Don Umberto Pessina, Monumento chiesa di San Martino


Via San Martino, Correggio, frazione San Martino

E’ la sera del 18 giugno 1946. Alle 22.30 il parroco di San Martino Piccolo, don Umberto Pessina è raggiunto da un colpo d’arma da fuoco sulla porta della canonica e muore poco dopo. Per il delitto sono condannati – innocenti – tre ex partigiani, tra cui il giovane sindaco comunista di Correggio, Germano Nicolini, accusato di essere il mandante dell’omicidio.
Il caso don Pessina diventò immediatamente una delle pagine di cronaca più tragiche della nascente Repubblica: la notizia fece il giro del mondo e consolidò l’immagine dell’ Emilia “rossa” come terra di sangue e di massacri. Giornali e televisioni collegarono il fatto all’esistenza di una “Gladio rossa”, presunta struttura para-militare controllata dal PCI e attiva in particolare nella zona tra Parma, Reggio Emilia e Modena, ribattezzata il triangolo della morte. Nel 1991, a quarantacinque anni dal delitto e dopo il Chi sa parli promosso dall’onorevole reggiano Otello Montanari, il vero esecutore materiale dell’omicidio confessò.
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Lapide intitolata a Don Umberto Pessina

Cippo n.32 - Fiorigi Gasparini


Via Sinistra Tresinaro, Correggio, frazione San Martino

Fiorigi ha diciassette anni e nonostante gli occhialetti che gli conferiscono un’aria da intellettuale è un giovane meccanico che aderisce molto presto al movimento partigiano. E’ arruolato nelle file della 77° Brigata SAP nel novembre 1944, con il nome di battaglia di Tarzan. E’ il più piccolo del suo distaccamento. All’inizio ha solo compiti organizzativi, ma siccome lui è ansioso di combattere, ottiene il trasferimento in montagna presso il distaccamento “Cervi” della 26° Brigata Garibaldi. Rientra in pianura all’inizio del 1945. Lo tradisce la sua arma: dall’ “infedele” moschetto parte un colpo accidentale, mentre lui è impegnato con i compagni nell’occultamento di un ingente quantitativo d’armi, nei pressi del Cavo Tresinaro. E’ il 10 marzo 1945.
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Cippo dedicato a Fiorigi Gasparini (foto Mario Boccia)

Cippo n.33 - I Carpigiani


Via Carpi, Correggio

Il 10 marzo 1945 i tedeschi rastrellano le zone di Fossoli, Budrione e Migliarina di Carpi catturando circa sessanta ostaggi. I civili vengono condotti al comando tedesco di Correggio e trattenuti con l’obiettivo di realizzare uno scambio di ostaggi. I partigiani infatti avevano catturato alcuni giorni prima degli ufficiali tedeschi, subito passati per le armi. Le trattative vengono condotte dal commissario prefettizio di Correggio Ezio Scaltriti e dal prevosto Giuseppe Bonacini che ottengono la liberazione di tutti gli ostaggi senza che gli ufficiali tedeschi (già eliminati) fossero rilasciati. I nazisti però, avendo individuato tra gli ostaggi cinque partigiani, li conducono presso il Ponte Nuovo – lungo la strada per Carpi - e li fucilano per rappresaglia il 16 marzo 1945.
Ferruccio Tusberti, era il più giovane del gruppo. Aveva diciassette anni e combatteva con il nome di battaglia di Rosso nella 19a Brigata “Dimes”. Nella stessa formazione militavano anche Mario Bompani ed Enzo Cremonini. Ettore Giovanardi, nome di battaglia James, contadino di ventiquattro anni, apparteneva invece alla 20a Brigata “Ivano”, anche questa operativa nella zona di Carpi.
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Cippo dedicato ai carpigiani (foto Mario Boccia)

Cippo n.34 - Eccidio San Prospero


Via Reggio, Correggio

Nell’inverno 1944 i tedeschi intensificano i lavori di difesa del territorio per ostacolare l’avanzata alleata. I principali accessi alla città sono fortificati con putrelle di binario murate a terra, mentre lungo via San Prospero – arteria principale verso Reggio Emilia – inizia un imponente lavoro di scavo per la realizzazione di fosse anticarro, nei pressi del canale di bonifica. Decine di civili sono reclutati come operai della TODT, l’organizzazione nazista che cura la logistica dell’occupazione militare. La strage avviene il primo dicembre 1944 e rimane ancora oggi inspiegabile. Nonostante nella zona sia in corso un vasto rastrellamento tedesco, sono i fascisti che individuano nel gruppo sei operai e li fucilano sul posto. Sono: Guerrino Luppi 27 anni, Andrea Davoli 26 anni, Amelio Iotti e Amos Vecchi di 23 anni, Lauro Cattini 21 anni e Costantino Cavazzoni di 20 anni. Lauro Cattini è l’unico aderente al movimento partigiano. Inizia la sua attività antifascista boicottando la produzione bellica delle Officine Reggiane, dove lavora come tornitore. Chiamato alla leva dalla Repubblica Sociale si rifiuta di vestire la camicia nera. Entra in contatto con il movimento partigiano dove è formalmente inquadrato il 5 ottobre del 1944, nella 77a brigata SAP.
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Lapide dedicata all'eccidio di San Prospero

Cippo n.35 - Monumento collettivo San Prospero


Via San Prospero, Correggio

La lapide è collocata sulla facciata della chiesa, a destra dell’ingresso. E’ riconducibile all’epoca fascista e ricorda tutti i caduti della frazione caduti sui fronti della Prima Guerra Mondiale e delle imprese del regime.
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Monumento ai caduti di San Prospero

Cippo n.36 - Monumento alla resistenza correggese


Via Fazzano, Parco della Memoria, Correggio

Il Monumento alla Libertà e alla Pace è l’opera vincitrice di un concorso di idee indetto nel 1999 dall’amministrazione comunale e dall’ANPI di Correggio, in collaborazione con l’associazione Giovani Artisti Italiani (GAI). L’obiettivo degli enti promotori era quello di mantenere viva la memoria della lotta antifascista culminata nella Guerra di Liberazione, declinandone i contenuti in modi e forme vicini al linguaggio delle nuove generazioni. Al concorso parteciparono 137 artisti con 93 progetti. Una giuria qualificata selezionò come miglior progetto quello presentato dagli architetti Claudia Bolognesi, Paolo Iori e Marco Pavarani, dal titolo “3di3”, presentato al pubblico il 25 aprile 2000. L’opera fu realizzata l’anno successivo. Si tratta di un monumento contemporaneo con cui gli autori hanno dato forma alla loro interpretazione del concetto di “pace” intesa come incontro, confronto e convivenza di differenze. Differenze che sono simboleggiate dalla varietà di materiali che compongono l’opera nel suo insieme. Essa è formata da una grande base solida quadrangolare costituita da una lastra in calcestruzzo con inerti in pietra lavica – una sorta di monolito di roccia sospeso da terra - da cui si diramano flussi di energia rappresentati da fasci di fibre ottiche interrati al suolo che si illuminano con l’oscurità.
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Monumento alla resistenza correggese

Cippo n.37 - Lapide Mario Corghi


Via Fazzano, Parco della Memoria, Correggio

Mario Corghi, nato a Correggio il 4 maggio 1902, soprannominato “Marino” era un bracciante di estrazione socialista divenuto poi comunista nel 1921. Espatria clandestinamente dall’Italia, insieme ad un amico, nel gennaio 1936. Si dirige prima in Francia, poi in Spagna dove si arruola nella colonna “Durruti”, una delle formazioni militari non regolari composta da anarchici e comunisti, impegnata nella guerra civile spagnola contro l’esercito fascista del generale Francisco Franco. Marino combatte sul fronte di Aragona, a Huesca, dove a causa delle difficili condizioni di vita contrae l’itterizia. Muore per una infezione del sangue all’ospedale generale di Catalogna, a Barcellona, il 2 agosto 1938.
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Monumento dedicato a Mario Corghi

Cippo n.38 - Monumento Rodolfo Zanichelli


Via Fazzano, Parco della Memoria, Correggio

L'opera di Normanno Gobbi "Monumento a Rodolfo Zanichelli" è dedicato al sindaco che amministrò Correggio dal 1951 al 1962, anno della sua scomparsa.
Rodolfo Zanichelli fu una delle figure più importanti dell’antifascismo correggese. Nato nel 1899 da un famiglia di braccianti, aveva iniziato a lavorare giovanissimo come apprendista meccanico e all’età di diciassette anni era stato assunto alle Officine Reggiane. Dopo appena un anno era stato richiamato alle armi e inviato al fronte. L’esperienza della guerra lo aveva segnato profondamente ed al suo ritorno a Correggio, dopo aver ripreso il lavoro alle OMI, si era iscritto al partito socialista diventandone poi segretario. Passerà al PCI con la scissione del 1921. A seguito del clima instaurato dalle violenze fasciste, perseguitato come comunista e animatore di lotte operaie, era stato licenziato e costretto poi ad espatriare in Francia nel 1929. Al rientro in Italia, l’anno successivo, subì l’arresto e la condanna per attività sovversiva che scontò nel carcere di Castelfranco Emilia. Trascorse il periodo della Resistenza lavorando come operaio al salumificio Veroni e sostenendo il movimento clandestino.
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Monumento dedicato a Rodolfo Zanichelli